38 Domenica 17^ T.Ordinario (Il pane) rif. al 26/07/09

                  Diciassettesima Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 1-15)

In quel tempo, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi.  Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli.
Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 
Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 
Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 
E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo. 
 

                                                 Il pane 

Fratelli e sorelle! Con questa domenica diciassettesima del Tempo Ordinario iniziamo una serie di  domeniche che possiamo chiamare “le domeniche del pane”. Questa serie parte con la moltiplicazione dei pani, compiuta da Gesù, per sfamare cinquemila persone. Ce la narra l’evangelista Giovanni. Il sesto capitolo del vangelo di Giovanni sarà distribuito in queste cinque domeniche, a partire da oggi. Ebbene, qui il Cristo lavora su due piani: nel primo, come fatto storico, moltiplica i pani e i pesci, però in un secondo piano, così come facevano i rabbini maestri della fede di Israele, in quello che loro chiamavano “midrash”, ossia un commentario, viene sviscerato il fatto successo e narrato nella Sacra Scrittura per vedere il senso più profondo che Dio voleva dare a quel fatto. Avremo a disposizione cinque domeniche nelle quali, come ho detto, la liturgia ci offrirà brani del sesto capitolo del vangelo di Giovanni, “le domeniche del pane” appunto. Cominciamo con questa domenica, considerando il fatto storico della moltiplicazione dei pani. Qui il Cristo ci insegna alcune cose mediante gli atteggiamenti, le parole che dice e quelle che ci fa vedere attraverso l’evangelista. Anzitutto: il pane e i pesci. Soprattutto usiamo dire “moltiplicazione dei pani”, i pesci passano sempre un po’ in secondo piano. Il pane è il concetto fondamentale, l’immagine più rappresentativa di ciò che significa il cibo per l’alimentazione, per poter vivere. Forse ancora di più: per pane intendiamo tutte le cose necessarie al nostro benessere, allo star bene. Questo fatto dell’alimentazione è stato il problema centrale della storia. Tutta la storia umana ha girato attorno a questo. Nelle lotte per averlo, per distribuirlo, per conquistarselo, si è costruita la storia contingente dell’umanità. Sul piano del “midrash”, della riflessione, che successivamente Gesù fa come rabbino, proporrà un “Nuovo Pane” attorno al quale si costruirà una “Nuova Storia”, definitiva per l’umanità. Vediamo adesso i gesti di Cristo in questo stupendo miracolo. Nella  moltiplicazione dei pani, Gesù, agli apostoli che gli dicevano “Signore, mandali via, perché questa gente sta morendo di fame, non vorremmo che svenissero per strada; che vadano nei villaggi vicini a provvedersi di pane e di cibo!” rispose: “Date loro voi stessi da mangiare”(cfr. Matt. 14,13-21). Fratelli e sorelle! Sembra una frase poco importante, però ha un significato profondo. Qui il Cristo imposta un problema fondamentale, enormemente importante. L’uomo è materia e spirito, ha bisogno di alimentare e sostenere la materia nell’essere e ha bisogno di alimentare anche lo spirito. Noi non possiamo come cristiani preoccuparci esclusivamente della parte spirituale, perché questo sarebbe un angelismo, e l’uomo non è un angelo, l’uomo è semplicemente un nucleo di materia e di spirito, un uomo. Il cristianesimo allora diventa veramente un vero umanesimo che non trascura niente di tutto ciò che è umano, dalla fame dello stomaco alla fame del cervello e del cuore, dei sentimenti. Un secondo aspetto che dovremmo evidenziare è un altro atteggiamento di Cristo. Andrea dice: “C’è qui un ragazzo con cinque pani e due pesci, ma a che cosa può servire così poca cosa?”(cfr. Giov. 6,8-9). E Gesù se li fece portare. Su quella base fa il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ma non poteva Gesù “moltiplicare” i pani creandoli dal nulla? Non poteva convertire le pietre in pane? Si, volendo poteva farlo, ma ha voluto la collaborazione del ragazzo in modo che desse i suoi pani e i suoi pesci. Ha voluto la collaborazione dei suoi apostoli perché distribuissero a tutti i cinquemila uomini che erano lì presenti i pani e i pesci moltiplicati, ossia richiede la nostra collaborazione. Un altro aspetto: alla fine, quando furono tutti saziati, disse agli apostoli: “Andate a raccogliere gli avanzi perché non vada perduto niente di tutta quella quantità avanzata perché tutto è dono del Signore e a tutto noi dobbiamo rispetto”(cfr. Giov. 6,12). Fratelli e sorelle! Ecco la base teologica dell’uso delle cose! Ecco la potenzialità della natura umana per cui tutte le cose devono essere usate nella giusta forma: acqua, mare, aria, spiagge, boschi, montagne, campi, animali che popolano terra, mare e cielo. Sono tutti doni di Dio, non solo da rispettare , questo è il minimo, ma da usare come Dio ha voluto che li usassimo per innalzarci, mediante loro, al Creatore, a colui che ce li ha dati in usufrutto. Fratelli e sorelle, tiriamo le somme di quanto fin qui detto. “Voi stessi date loro da mangiare”(cfr. Matt. 16,6). “Voi stessi….”, chi erano? Gli apostoli, i discepoli, ossia quello che sarebbe stata la sua Chiesa. Ma fratelli, la Chiesa non è il Vaticano, i preti, i frati, le suore. Sono Chiesa anche loro, d’accordo, ma la Chiesa è costituita da tutti noi battezzati, perciò Cristo esorta tutti noi a produrre beni per tutti, per il bene comune, a distribuirli equamente, ma beni che non sono solo quelli che sfamano, ma quelli per la cura della salute, l’elaborazione della cultura, della convivenza, del lavoro, della politica nella società, del servizio di volontariato, nella tolleranza, nell’arte, nella musica, nell’architettura, in tutto ciò che come progresso migliora l’esistenza. Fratelli e sorelle, abbiamo detto che l’uomo non è uno spirito angelico , è anche materia, non è solo stomaco, ma anche cervello e anche cuore e noi dobbiamo fare di tutto per sviluppare al massimo questa capacità e potenzialità che Dio ha dato a noi. “Dio che ti ha creato senza di te, non ti salverà senza la tua collaborazione”, dice S. Agostino, Dio ci ha creati liberamente a sua immagine, Lui che è la libertà perfetta non violenterà mai la libertà che ti ha dato, perché vuole la tua risposta libera e collaborativa. Non violenterà mai la tua libertà, perché tu, se vuoi, potrai dirgli di sì o di no, e collaborare con i pochi pani e i pochi pesci delle tue capacità a disposizione. Non importa se ti consideri poca cosa; di fronte alle tue nullità basterà pochissimo a Dio per potenziare in forma veramente grande questa tua povera fragilità. Per ultimo: non sprechiamo nulla di quanto abbiamo ricevuto; abbiamo oculatezza nella gestione dei nostri beni materiali e spirituali: sprecare i doni di Dio è non farli sviluppare, e bisogna far funzionare le capacità intellettuali e organizzative, di relazione, capacità sociali di ogni specie che abbiamo ricevuto in dono da Dio. Ricordiamo la parabola dei talenti: “Servo infingardo, non ti avevo dato il talento perché tu me lo restituissi tale e quale, ma perché lo facessi fruttificare”(cfr. Matt. 25,25). E allora qui ci vuole un serio esame di coscienza su questi aspetti, e forse qualcosa ci spingerà ad essere migliori, a smuovere alcune parti della nostra esistenza che non sempre hanno dato tutto ciò che potevano dare. Così sia.

Ultimo aggiornamento ( venerd́ 24 luglio 2009 )